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                                                              Mamma dammi cento lire....

 

In quel giorno di circa 70.000 anni fa, quando l’ homo sapiens decise di lasciare la natia terra

dell’Africa orientale per ripopolare il mondo, ebbe luogo la prima grande migrazione. Ad essa ne

seguirono moltissime altre che, nella ricerca di condizioni di vita migliori, avevano loro comun

denominatore.

Riflettendo bene, le stesse “invasioni barbariche” e le colonizzazioni, si possono senz’altro

inquadrare nella più vasta fenomenologia migratoria, a prescindere dal livello di violenza che

esercitavano sulle popolazioni riceventi: erano delle masse di uomini che abbandonavano le terre di

origine per andare a cercare fortuna, cibo e benessere in altre ed a spese degli autoctoni.

In ogni caso e qualunque sia stata la portata di ciascun fenomeno migratorio, si può senz’altro

affermare che, sempre, ognuno ha preteso il suo tributo di vittime e che, nel contempo, ognuno ha

portato il suo mattoncino nella “costruzione “ del mondo.

Rimanendo in Europa, questi fenomeni (almeno nella loro macro dimensione) si esaurirono, prima,

 con l’avvento di entità statuali sempre meglio organizzate e poi con la nascita dei grandi Stati

nazionali; ma poi furono gli Europei che spostarono i loro interessi nelle terre appena scoperte,

lontanissime e sconosciute, ed a scapito delle locali popolazioni –altrettanto lontanissime e

sconosciute-, in un contesto di vero e proprio genocidio, ancorché millantato per “civilizzazione” o,

peggio, per “evangelizzazione”.

Esaurita la “spinta” europea, il fenomeno, pur mantenendo le caratteristiche tipiche del passato,

cambia radicalmente i connotati, nel senso che i migranti non si dirigono più verso terre vergini in

cui installarsi in tutta libertà, bensì le loro mete sono i Paesi già sviluppati in cui cercano una

qualsiasi forma di integrazione; e, siccome, le terre di origine insistono sul bacino del Mediterraneo,

tali mete sono i Paesi europei che sembrano offrire le maggiori e migliori garanzie di successo delle

proprie speranze e non perché i migliori in assoluto ma, semplicemente, perché più vicini.

In tale contesto, si inserisce l’ulteriore, recentissima “tragedia del mare” -che, purtroppo temo, non

sarà nemmeno l’ultima-  e che (ri)apre tutta una serie di considerazioni in un arco vastissimo che

parte dalla Politica ed arriva all’Etica, al cuore.

Un evento luttuoso che, ahimè, è entrato nelle nostre case in maniera quasi prepotente e che, ogni

volta, viene accompagnato, quasi condito, con tutta una serie di manifestazioni che, nel 99.9% dei

casi, nulla hanno a che vedere con lo stesso.

I piagnistei, il buonismo, lo straccio delle vesti, i “io lo avevo detto”, i “bisogna fare qualcosa” sono

solo manifestazioni di ipocrita protagonismo che servono a mascherare una consapevole impotenza.

La gente comune ed i politici (italiani ed europei) vengono indotti ad esprimere sentimenti di

cordoglio, di condanna, di rammarico, di tristezza, senza sapere di che cosa stanno parlando, dato

che, a differenza di chi “ha visto” sul posto, loro si basano solo su quello che leggono o che sentono

alla televisione.

Purtroppo, il problema dei rifugiati, dei migranti, è tremendamente serio, e, proprio per questo,

postulebbe un approccio meno dilettantistico, meno qualunquistico, meno approssimativo, meno

sguaiato; un approccio che sia in grado di individuarne tutte le componenti e tutte le variabili,

specie se investe un Paese, come l’Italia, che, oltre ad essere stato un “punto di partenza” di milioni

di disperati fino a pochi decenni fa, non ha nemmeno le strutture, morali e materiali, per farvi

fronte, per non parlare della “mentalità!

Ma se è vero (come è vero) che i fattori “materiali” costitutivi che spinsero i nostri padri ed i nostri

nonni –miseria, ignoranza, disperazione- erano gli stessi dei loro omologhi di oggi, altrettanto non

si può dire per quelli “etico-culturali”, nell’accezione più ampia del termine.

È vero che i nostri avi lasciavano il paesello natio in cerca di condizioni di vita meno umilianti,

come è vero che tanti persero la vita, se non durante le traversate, sicuramente su i luoghi di lavoro,

anche in tempi recentissimi come il “disastro di Marcinelle” dell'8 agosto 1956 nella miniera di

carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, dove persero la vita 262 dei 275 presenti, per la

maggior parte Italiani.

Ma è anche vero che le loro mete erano Paesi (quando non addirittura lo stesso Nord Italia) che un

qualche legame con le terre di origine lo avevano, legami che derivavano da secoli di comunanza

quanto meno “continentale”, per non parlare da quella religiosa; ciò per dire che quel “bagaglio”

che trasportavano nelle valigie di cartone legate con lo spago aveva, fatti salvi i logici adattamenti,

discrete possibilità di adattamento nelle nuove realtà di vita.

A questo, si devono aggiungere le condizioni “fisiche” del Paese accogliente e cioè: la disponibilità

di lavoro che deve essere reale e disciplinato da regole chiare che si devono far rispettare; la

possibilità di contribuire, secondo le proprie abilità lavorative, allo sviluppo ed al progresso di quel

Paese; la capacità di saper cogliere e sfruttare le opportunità esistenti in loco; accettazione delle

“regole” esistenti.

Tutto ciò  porta alla conclusione che un “migrante” non è, né può essere assimilato ad una

“confezione” standard, multiuso da trattare nello stesso modo in ogni condizione di tempo e di

spazio, senza prendere in considerazione il DNA etnico-culturale di ciascuno, a prescindere dai

motivi che lo hanno spinto a compiere il grande passo, né tampoco tutti i Paesi hanno le stesse

peculiarità.

Oggi ci troviamo difronte ad uno scenario che poco ha a che vedere con gli analoghi del passato, a

parte il denominatore comune che lega i vecchi ed i nuovi migranti: la miseria.

Oggi, i flussi migratorî interessano aree geografiche caratterizzate da profondi squilibri che

dipendono da concezioni della vita difficilmente conciliabili. Infatti, se sono le inumane condizioni

di vita originali il motore principale (in minor misura, la fuga da i luoghi di guerra), è anche vero

che gli stessi migranti non hanno (o hanno in misura ridottissima) nessuna expertise che possa

conferire loro la pur minima possibilità di integrarsi nella nuova realtà, ammesso che lo vogliano.

In pratica, si sommano due quasi insuperabili “carenze”, quelle dei migranti e quelle dei Paesi di

accoglienza, con il risultato che il fenomeno migratorio assume dimensioni di ingovernabilità e di

malessere da cui derivano due pericolosissime conseguenze: la nascita di movimenti xenofobi per lo

più violenti ed il proliferare di un sistema malavitoso, sempre più protagonista nello sfruttare la

disperazione di chi migra e le incapacità gestionali di chi dovrebbe accogliere.

Cosa fare allora?

Una bella domanda cui è praticamente impossibile dare risposte concrete, almeno nell’immediato.

Finora, sia le cosiddette “Organizzazioni umanitarie” – di ogni livello, a cominciare da quelle

dell’ONU- sia l’Italia hanno mostrato tutti i loro limiti; anzi, se le prime hanno combinato perlopiù

guai ed hanno sperperato cifre astronomiche nel voler inseguire sogni velleitari e chimerici,  l’Italia

si è trovata a presidiare una  prima linea senza essere in grado di farlo, vuoi perché incapace di suo,

e vuoi perché letteralmente abbandonata dai cosiddetti partners europei che vedono Lampedusa da

migliaia di chilometri. E di quello che vi succede non gliene può fregar di meno.

Abbandonate o ridimensionate tutte le chiacchiere dei vari tuttologi della domenica e considerate le

obiettive difficoltà di accoglienza, forse l’unica soluzione sarebbe quella di adottare un sistema che

preveda la stretta combinazione/coordinazione di blocco/contenimento delle partenze e di

incremento del miglioramento delle condizioni di vita in loco.

Ma, obiettivamente, proviamo a rispondere a queste domande: chi e con il “permesso” di chi

dovrebbe bloccare le partenze? chi, con i soldi di chi e con il “permesso” di chi dovrebbe avviare

giganteschi e pluridecennali piani di miglioramento in loco? siamo sicuri, poi, che quei poveracci

vogliano veramente rimanere nelle loro terre, ancorché “migliorate”?

In conclusione, penso che l’unica soluzione sia da trovare in una seria organizzazione interna che

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